La nostra Laudato Si’. Storie di vita missionaria in Congo

il

di Sr. Maria Rosa Venturelli *

Andando un giorno ad Assisi, mi colpì uno stralcio della vita di Francesco, dove invitava i confratelli e consorelle a coltivare l’orto, ma lasciando uno spazio incolto, perché la creazione desse lode a Dio nella sua creatività originale. Siamo immersi in questi giorni nella settimana della Laudato Si’ che ci coinvolge in tanti modi, con emozioni, paure, speranze, progetti, impegno di vita.

Quando ero in Congo come missionaria, nella missione di Viadana – erano gli anni ’86-‘89 – avevamo circa 100 studentesse della scuola magistrale della missione, che dormivano e vivevano, come esterne alla scuola, in una struttura a loro dedicata. Venivano da villaggi lontani e non avrebbero potuto avere una sana e fruttuosa educazione rimanendo a casa. Per questo vivevano nell’internato femminile, gestito dalla scuola, ma situato di fianco alla nostra casa, ed eravamo noi responsabili di dare un’occhiata al tutto. Quando toccò a me pensarci, cercai di rendermi conto della situazione delle giovani lì alloggiate.

L’internato era una vecchia struttura militare del governo belga coloniale, con grandi spazi…. ma tutto mezzo diroccato. I muri e il tetto però tenevano bene. Per dormire c’erano stanzoni con letti in cemento, dove la ragazza avrebbe messo il suo materasso se l’aveva o la sua liputa se non aveva il letto tradizionale africano in legno. Le ragazze dovevano autogestirsi per tutto il resto. Chi abitava più vicino poteva nel fine settimana andare in famiglia e tornare con i viveri per cucinare per una settimana o un mese. Chi era lontanissima, era un vero problema comperare ogni settimana al mercato quanto necessario per cucinare per 7 giorni, mentre andava tutti i giorni a scuola e nel pomeriggio doveva studiare alacremente fin che c’era la luce solare.

Mi nacque così l’idea di coltivare dei campi di riso, dove ognuna di loro poteva avere uno spazio suo e avere il riso per l’intera stagione scolastica. Il riso è il cibo base nel Paese. Nella nostra foresta equatoriale il riso cresce nella terra, non c’è bisogno di acqua, e se si calibrano bene i tempi, si possono avere tre raccolti in un anno. Calibrare i tempi, voleva dire fare attenzione alla stagione secca (9 mesi) e alla stagione delle piogge torrenziali (3 mesi). Il sottosuolo, poi, anche se di origine sabbiosa, era molto ricco di umidità e vene di acqua.

E così demmo avvio alla nostra Laudato si’. Ricordo ancora oggi quei bellissimi campi verdi, che abbiamo dovuto prima di tutto preparare, strappandoli alla rigogliosa foresta. Tagliare erbe alte, tagliare alberi, pulire il terreno, creare i solchi per le sementi. Ogni mattina dopo colazione facevo un giro nei vasti campi, era emozionante vedere di giorno in giorno crescere le piantine di riso….e quando si arrivava verso la maturazione del chicco, era necessario ingaggiare dei ragazzini che facessero da custodi ai campi, per salvare il riso dal becco degli ingordi uccelli che si radunavano a decine, pronti all’assalto, appena noi ci allontanavamo. E anche per le ragazze fu un’esperienza significativa, non dovevano più andare così spesso nella casa lontana. Però era un impegno avere il proprio campo di riso. Molte accettarono, altre più pigre non vollero farlo. Ma quando videro il riso raccolto, nei loro occhi leggemmo desiderio e invidia. L’anno seguente avrebbero pure loro coltivato.

Diventata più esperta alla luce delle piantagioni di riso, intorno alla chiesa parrocchiale preparammo con i “Giovani della luce” ampi spazi per la coltivazione di fiori per la liturgia domenicale. Interi grandi rettangoli di margherite, dal fusto alto, a colori vivacissimi. Non ricordo come si chiamavano. Era uno splendore vederli in fiore. Fiorivano tutto l’anno. La gente passando si soffermava meravigliata a contemplarli, come anche noi del resto.

Ma la cosa strabiliante fu che passando, per i sentieri della missione, anno dopo anno, vedevo intorno alle case crescere le nostre margheritone colorate… ognuno abbelliva la propria capanna o casetta di mattoni crudi, con delle gioiose margherite, che con i loro fusti alti, sventolavano al sole. Mi commuovevo ogni volta che vedevo questo, passando anche in villaggi lontani. Il telefono senza fili aveva diffuso la coltivazione dei fiori, per rendere più bella la propria casetta e il quotidiano vivere nel cortile della capanna.

Maria-Rosa-Venturelli

* Sr. Maria Rosa Venturelli, missionaria comboniana. Ha lavorato per 12 anni in Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo).

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